Il coraggio di una svolta per scrivere una nuova storia della sinistra

| Articolo Uno

L’altra sera, da Lilli Gruber, Gianni Cuperlo, con una citazione di “Furore” di Steinbeck, che da sola vale il biglietto (Quando il furore tempesta l’anima si avvicina il tempo della vendemmia), ha colto il punto centrale sul Che fare, per la sinistra italiana.

Se è vero che “quando a milioni di persone togli anche solo il diritto alla speranza in una vita migliore, può subentrare la rabbia e il rancore”, terreno di coltura della destra regressiva, bisogna avere il coraggio, come testardamente ripete Bersani, di tirare una riga e, senza alcuna abiura, avviare una nuova storia. Non è una questione di nome, o meglio solo di nome. Il PCd’I di Gramsci fu una cosa diversa e distante dal PCd’I di Bordiga.
La sinistra e il centrosinistra italiani devono attuare una svolta, perché dal 1996 (anno di nascita dell’Ulivo) e dal 2007 (anno di fondazione del PD), il mondo non è più lo stesso.
Quella globalizzazione, che nel 1996 era all’apogeo e nel 2007 iniziava il suo ripiegamento, nel fallimento della destra neoliberista, ha tirato la volata, anche per i ritardi culturali della sinistra, ad un’altra destra: sovranista e protezionista. La cui cifra distintiva consiste nell’efficace intreccio di due fattori che seducono: l’aizzamento contro un nemico (xenofobia, invasione…) e forme demagogiche di stato sociale che però non disturbano la razza padrona. Una destra che sta occupando i territori naturali della sinistra. Risultato: una sinistra di benestanti e una destra di nullatenenti. Fino a 10 anni fa una bestemmia in chiesa.

Se questa è un’analisi condivisa, e mi pare lo sia in larghi settori del centrosinistra, non può non conseguire che il campo largo dei progressisti deve ripensare la sua cassetta degli attrezzi.
Ripensare il contenitore, avviando una fase costituente che chiami a raccolta tutto il mondo sparso della sinistra di governo e radicale per un nuovo inizio.
Ripensare il capitalismo come si è “formato” in questi ultimi 30 anni (che per la destra non fa una piega), riscoprendo la capacità di critica.
Ripensare il lavoro, che sta conoscendo, in fondo alla catena, situazioni di vero e proprio servilismo (solo in Italia 4-5 milioni di persone vivono questa condizione).
Ripensare il modello di sviluppo attraverso una riconversione ecologica dell’economia.

Noi di Articolo UNO pensiamo che solo in questo modo, per scendere a cose più concrete e ravvicinate, sia possibile cementare l’alleanza tra 5 stelle e sinistra, che può non solo fermare l’avanzata della destra, ma mettere in campo scelte programmatiche che vanno nella direzione sopra richiamata.
La legge di stabilità, al di là della vulgata che si è imposta (anche per responsabilità di chi, nel governo, vuol piantare solo le sue bandierine), contiene in nuce le scelte giuste.
Una redistribuzione del reddito a favore del lavoro e delle famiglie (circa 5 miliardi), la lotta all’evasione (circa 3 miliardi), una contenuta tassazione di tutela ambientale, investimenti nella sanità (2 miliardi), investimenti per i bisogni abitativi (1 miliardo) e investimenti per la difesa del territorio e dell’ambiente (11 miliardi).
Ma non basta che Grillo blindi Di Maio, non basta un rinnovato accordo di governo, dopo la legge di stabilità.
Serve un di più di politica, che abbia la stessa forza di quelle svolte che hanno aperto strade nuove per l’Italia: svolta di Salerno, il centrosinistra, il compromesso storico, l’Ulivo. Solo a questa altezza la sinistra può tornare a svolgere una funzione nazionale e reincontrare il suo popolo.

Paolo Pagani, segretario provinciale di Articolo UNO di Brescia

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